Incontro con I Ok-san
Qualche tempo fa, quando ero ancora a Seul, sono andata a visitare la House of Sharing, una sorta di comunità dove vivono alcune halmoni, ovvero nonne, il nome affettuoso che i coreani usano per riferirsi alle ex comfort women. Grazie a un gruppo di volontari, che hanno supplito alle mie manchevolezze linguistiche con un’ottima traduzione simultanea in inglese, ho potuto ascoltare di persona il racconto di una di queste donne, I Ok-san. Ho qui trascritto qui quanto sentito, con una brevissima e assolutamente non esauriente introduzione alla questione. Ci sarebbe molto di più da dire, e soprattutto meglio. Perché c’è molto da imparare dalla storia. Magari sarà per un’altra volta. Per il momento spero solo di non aver fatto troppi errori.
Incontro con I Ok-san
Vengono chiamate comfort women, un eufemismo che maschera la violenza inflitta a queste donne dall’esercito giapponese a partire dal 1932, fino al termine della seconda guerra mondiale. Non tanto di donne di conforto bisognerebbe parlare infatti, ma di vera e propria schiavitù sessuale subita da circa 200.000 donne, per la maggior parte coreane, ma anche cinesi, taiwanesi, filippine, indonesiane e tailandesi.
Fu infatti il Giappone che, impegnato nella conquista della Cina, pensò di creare una rete di bordelli militari, le comfort station, allo scopo di arginare il problema degli stupri contro la popolazione civile dei territori occupati, che causava non solo una perdita di immagine, preziosa per un paese che aveva come scopo il controllo di tutta l’Asia orientale, ma anche l’aumento delle malattie veneree tra i soldati stessi. Questi bordelli erano gestiti direttamente dall’esercito nipponico oppure da privati, ma sempre sotto la supervisione dell’armata del Sol Levante. Le comfort women, in genere ragazze adolescenti, prese a partire dai quindici anni in su, erano reclutate tra la popolazione più povera, spesso con l’inganno e la promessa di un lavoro ben pagato. Altre volte erano semplicemente rapite, portate via mentre camminavano per strada. Oppure era la loro stessa famiglia che decideva di venderle per pochi soldi. Dopo lunghi viaggi in treno o in nave, le ragazze raggiungevano la loro destinazione, la comfort station, spesso al fronte, vicino alla linea di guerra, dove venivano obbligate ad avere rapporti sessuali con i soldati giapponesi: soldati semplici al mattino, graduati al pomeriggio e ufficiali la sera.
Alla fine della guerra, abbandonate dall’esercito nipponico in fuga all’interno delle comfort station, senza soldi né cibo, queste donne si sono ritrovate spesso senza la possibilità di ritornare a casa. Molte di loro sono rimaste dove si trovavano, per la maggior parte in Cina, e sono sopravvissute continuando a prostituirsi o, se fortunate, sposando uomini del luogo. Alcune, poche, sono riuscite a tornare, a piedi o con mezzi di fortuna. Altre si sono suicidate per la vergogna.
Vergogna che alla fine ha prevalso su tutto, insabbiando per anni una tragedia che nessuno, nemmeno le
dirette protagoniste, aveva voglia di affrontare. La loro storia infatti non è stata raccontata che a partire dal 1977, quando una di queste donne, Pong-ki Pae (foto a destra), di origine coreana ma residente nelle giapponesi isole Okinawa, ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto e raccontare la propria storia. Anche in Corea del sud, lo stato che ha contato il maggior numero di vittime, il caso delle comfort woman è rimasto a lungo sotto silenzio, complici anche i vari regimi dittatoriali che si sono succeduti fino al 1988 e la necessità di ottenere finanziamenti per lo sviluppo dal vicino nipponico. E’ diventato una questione di importanza nazionale solo a partire dal 1990, grazie al lavoro e agli articoli scritti da Jung-ok Yoon, professore alla Ewha Woman University di Seul e rappresentante del Korean Council for the Women Deafted for Military Sexual Slavery by Japan, che oltre ad aver incontrato Pong-ki Pae, ha raccolto materiale e testimonianze non solo in Corea e in Giappone, ma anche in Tailandia, nelle Filippine e in Indonesia.
Oggi in Corea del sud molte di queste donne, affettuosamente chiamate halmoni, ossia nonne, stanno lottando per ottenere delle scuse ufficiali dal governo giapponese. Lo fanno dimostrando ogni mercoledì, dall’8 gennaio 1992, davanti all’ambasciata giapponese di Seul e portando ovunque la loro testimonianza, affinché una simile vergogna non possa più ripetersi.
Ho incontrato una di queste halmoni presso la House of Sharing, una delle organizzazioni che si occupano delle comfort women. Nata nel 1992, la House of Sharing è una vera e propria casa, un luogo di accoglienza per alcune di queste halmoni, rimaste senza famiglia e senza altro luogo dove andare. A circa un’ora di autobus da Seul, nella provincia di Kyungi-do, è finanziata dalla setta buddista Chogye e da fondi privati.
I Ok-san (foto a sinistra) è una bella signora ottantenne, dai bianchi capelli ricci e corti. Gli occhi sono piccoli e scuri, come è tipico degli orientali, e la figura piuttosto tozza. Ma nonostante le spalle un po’ curve e la voce che quasi non si sente, mentre parla si capisce che questa donna ha un carattere e un’energia non comuni, che uniti a un sincero senso dell’umorismo, spiegano come abbia potuto sopportare ciò che ha sopportato e avere ancora forza di combattere per far valere i propri diritti.
“Come posso dire quanto male mi hanno fatto i giapponesi” Inizia così, con queste esaurienti parole, il suo racconto.
“Sono nata a Pusan. Sono andata a scuola fino ai sei anni, poi ho dovuto smettere perché i miei genitori non avevano soldi. Mi hanno allora mandata a servizio, a fare i mestieri a casa di ricchi signori. Ma non mi trattavano bene: il padrone mi picchiava spesso perché diceva che non sapevo fare niente. Alla fine mi ha venduta a un’altra famiglia di Ulsan, dove sono rimasta finché non ho compiuto diciassette anni.”
Cosa è successo allora?
“Un giorno sono uscita per fare delle commissioni e sono stata avvicinata da due uomini. Non so se fossero coreani o giapponesi. Mi hanno presa e caricata su un camion, dove c`erano già altre cinque ragazze. Avevamo paura e abbiamo iniziato a battere con le mani contro le pareti del camion e a urlare, così siamo state legate mani e piedi e imbavagliate, e siamo state portate via. Abbiamo viaggiato sul finchè non siamo arrivate in Cina, a Tomun, dove ci hanno fatte scendere. Qui ci hanno portate in un edificio, che assomigliava a una prigione, e li mi hanno messo in una stanza da sola. Era buio. Non c’era elettricità e non ci hanno dato nemmeno da mangiare. Mi ricordo che faceva molto freddo. La mattina dopo io e un’altra ragazza siamo state messe su un treno e portate a Yonghil, sempre in Cina. Qui ci hanno costrette a lavorare alla costruzione di un aereoporto. Ci davano da mangiare solo una volta al giorno, una ciotola di riso, e se non lavoravamo abbastanza venivamo picchiate. Continuavamo a chiedere di mandarci a casa. Mandateci a casa, per favore. Mandateci a casa. Un giorno arrivarono dei soldati giapponesi e ci dissero: “Volete andare a casa? Bene, andiamo”. Ma non ci portarono a casa. Ci portarono invece in una comfort station. Il padrone ci fece lavare e pettinare, e poi ci diede un kimono, per vestirci. Quindi disse che dovevamo pagarlo per il vestito. “Siete in debito in me”, ci disse. Gli abbiamo chiesto cosa potevamo fare per ripagarlo, e lui ci ha risposto “Dovete intrattenere i soldati.” Una ragazza ha provato a ribellarsi. Allora il padrone ha preso un coltello e ha colpito la ragazza allo stomaco, quindi ha girato il coltello all’interno della ferita. L’hanno uccisa sotto i nostri occhi, come dimostrazione per chi non obbediva. Poi il corpo è stato tagliato a pezzi e gettato in pasto ai cani.”
Come viveva nella comfort station?
"Se mi lamentavo o non obbedivo mi picchiavano. Un giorno non ce l’ho fatta più e ho cercato di fuggire, ma mi hanno ripresa subito. Come punizione mi hanno picchiato, mi hanno rotto i denti e i piedi.
Quante ragazze lavoravano nella comfort station?
"C’erano circa 30 ragazze che abitavano con me."
Le ha mai più riviste dopo la fine della guerra?
"No. Della maggior parte non sapevo nemmeno il nome. Ci chiamavano con nomi scelti da loro, nomi giapponesi, più graditi ai soldati. I nostri nomi di lavoro."
Cosa ha fatto dopo la liberazione? E’ tornata in Corea?
“No. Dopo la liberazione sono rimasta in Cina. Alla fine della guerra siamo state lasciate li. Senza soldi, senza conoscere la lingua, senza alcun aiuto. Alla comfort station non ci pagavano e avevamo contatti solo con chi ci lavorava o con i soldati. Tutti giapponesi. Non abbiamo imparato il cinese. Non sapevamo dove ci trovavamo. Non sapevamo come tornare a casa. Abbiamo iniziato a vagare per le montagne intorno, a chiedere aiuto, cercare cibo. Molte di noi sono rimaste in Cina. Hanno sposato uomini del posto. Spesso uomini che non riuscivano a trovare una moglie cinese. Vedovi con figli, alcolizzati o handicappati.”
Anche I Ok-san sposa un cinese, vedovo con due figli, un maschio e una femmina. Li crescerà lei, ma non avranno figli loro, perché I Ok-san non può averne, a causa di problemi legati al suo “servizio” presso l’esercito giapponese. A parte il marito, nessuno della sua nuova famiglia conosce il suo passato. Troppo doloroso. Troppo vergognoso. Vivrà in Cina per 58 anni. Dopo la morte del marito I Ok-san, che frequenta la comunità coreana del luogo, sente parlare della House of Sharing.
Perché è tornata in Corea dopo tanto tempo?
“Perché questo è il mio paese. Il posto in cui vorrei morire ed essere sepolta. Così quando ho sentito parlare della House of Sharing ho deciso di venire. Qui vivo con persone che hanno vissuto la mia stessa esperienza. E posso fare qualcosa di utile, dare la mia testimonianza, parlare di quello che mi è successo, finché il governo giapponese non ci chiederà scusa.”
Non le è dispiaciuto lasciare la Cina, la sua famiglia?
“I ragazzi sono grandi, hanno le loro vite. Il maschio abita in Cina, mentre la femmina vive in Corea del nord. Ogni tanto il maschio mi viene a trovare.”
Ma la sua famiglia in Corea? I sui genitori? Ha mai incontrato la sua famiglia dopo la guerra?
“No, non li ho mai più rivisti”. Si ferma, come a riflettere. Tra le tante cose che ha raccontato fino ad ora questa sembra essere la più dolorosa. “I miei genitori non ci sono più da tempo. Ho ancora due fratelli minori. Ma non mi hanno mai voluta incontrare. Si vergognano di me, di quello che mi è successo. Per loro è come se fossi morta.”
E’ possibile visitare la House of Sharing grazie al lavoro di volontari che una volta al mese organizzano un incontro con le halmoni, e forniscono un ottimo servizio di traduzione in inglese.
Per informazioni sulla House of Sharing (in inglese): http://www.nanum.org
Per informazioni sulle visite (in inglese): http://manja.net/sharinghouse/
Per chi volesse saperne di più consiglio la lettura di Yoshimi Yoshiaki, Comfort Women, Columbia University Press (in inglese).
Foto: le prime due fotografie sono scorci del museo dedicato alle Comfort Women, adiacente alla House of Sharing. In particolare, la seconda foto raffigura Pong-ki Pae, la prima coraggiosa testimone della sofferenza subita da queste donne. La terza foto è un ritratto di I Ok-san.
