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Italia Corea e il resto

Quando per un piede solo due scarpe non bastano

Archive for luglio, 2007

26 luglio
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Ucciso un ostaggio sudcoreano

Uno dei 23 ostaggi sudcoreani, il pastore 42enne Bae Hyung-kyu, è stato ucciso la notte del 25 luglio scorso dai talebani. Gli altri 22 ostaggi sono ancora in mano ai rapitori e stanno bene. Nei giorni scorsi sembrava che otto di essi fossero stati rilasciati, dietro pagamnento di una forte somma di denaro da parte del governo sudcoreano, ma i talebani, impauriti dalla presenza di veicoli armati vicino al luogo previsto per il rilascio, hanno deciso di riportarli indietro. Continuano quindi le trattative dirette tra il governo della Corea del sud, che ha inviato in Afghanistan il capo delle politche di sicurezza Baek Jong-chun, e i talebani.

26 luglio
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Ucciso un ostaggio sudcoreano

Uno dei 23 ostaggi sudcoreani, il pastore 42enne Bae Hyung-kyu, è stato ucciso la notte del 25 luglio scorso dai talebani. Gli altri 22 ostaggi sono ancora in mano ai rapitori e stanno bene. Nei giorni scorsi sembrava che otto di essi fossero stati rilasciati, dietro pagamnento di una forte somma di denaro da parte del governo sudcoreano, ma i talebani, impauriti dalla presenza di veicoli armati vicino al luogo previsto per il rilascio, hanno deciso di riportarli indietro. Continuano quindi le trattative dirette tra il governo della Corea del sud, che ha inviato in Afghanistan il capo delle politche di sicurezza Baek Jong-chun, e i talebani.

24 luglio
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Asia Times Online

Correndo da un sito all’altro ho scoperto da poco Asia Times Online, una pubblicazione Internet only  che si perita di essere l’unico periodico in lingua inglese a trattare di politica ed economia dell’Asia da un punto di vista asiatico. Interessante assai, ha sezioni dedicate alla Grande Cina – la chiama proprio così, e forse è comprensibile sapendo che Asia Times Online ha sede in Hong Kong -, Giappone, Asia del sud, Sudest asiatico, Medio oriente, Asia centrale e, naturalmente, Corea. Senza distinzione tra nord e sud, perché comunque parla di entrambe. Ancora più interessante, in quest’ultima sezione è anche possibile leggere, in inglese, parte del libro di Ermanno Furlanis, I made pizza for Kim Jong-il, ovvero le avventure di un pizzaiolo italiano nella Corea del nord.

24 luglio
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Asia Times Online

Correndo da un sito all’altro ho scoperto da poco Asia Times Online, una pubblicazione Internet only  che si perita di essere l’unico periodico in lingua inglese a trattare di politica ed economia dell’Asia da un punto di vista asiatico. Interessante assai, ha sezioni dedicate alla Grande Cina – la chiama proprio così, e forse è comprensibile sapendo che Asia Times Online ha sede in Hong Kong -, Giappone, Asia del sud, Sudest asiatico, Medio oriente, Asia centrale e, naturalmente, Corea. Senza distinzione tra nord e sud, perché comunque parla di entrambe. Ancora più interessante, in quest’ultima sezione è anche possibile leggere, in inglese, parte del libro di Ermanno Furlanis, I made pizza for Kim Jong-il, ovvero le avventure di un pizzaiolo italiano nella Corea del nord.

23 luglio
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23 missionari sudcoreani rapiti dai talebani

Ventitrè missionari sudcoreani sono stati rapiti dai talebani in Afghanistan lo scorso martedì. Si tratta di 18 donne e cinque uomini, di professioni medici o infermieri e tutti membri della Saemmul Community Church di Bundang, nella Gyeonggi Province, di confessione protestante e venuti a lavorare come volontari in un ospedale e un asilo gestiti dalla Corea del sud.

Al momento del rapimento il gruppo si trovava in autobus sulla strada che da Kandahar conduce a Kabul, presumibilmente in previsione della partenza. Dovevano infatti ritornare tutti a casa lunedì prossimo. Invece i loro autobus è stato trovato, vuoto, nella provincia di Ghazni.

Il governatore della regione Mirajuddin Pattan, si è lamentato del fatto che molti stranieri attraversano la provincia senza adeguate misure di sicurezza, diventando facile bersaglio per rapimenti da parte di vari movimenti armati. “Devono aver pensato di essere in Corea, non in uno stato in guerra. Non hanno infatti contattato nessuno, né noi, né la polizia e nemmeno le forze di sicurezza prima di mettersi in viaggio.”

Gli ostaggi sono in buona salute, ha fatto sapere il portavoce dei talebani Qari Yousaf Armadi. Anche se governo sudcoreano mantiene il riserbo sulle richieste dei rapitori, si tratterebbe di uno scambio alla pari tra i sudcoreani rapiti e un uguale numero di talebani prigionieri. Per gestire i negoziati con i talebani sabato scorso è arrivato in Afghanistan il Vice Ministro degli esteri Cho Jung-pyo. E sempre sabato, il presidente sudcoreano Roh Moo-hyun avrebbe avuto una conversazione telefonica di 10 minuti con il presidente afghano Hamid Karzai chiedendo collaborazione per la liberazione degli ostaggi.

L’ultimatum per lo scambio, scaduto ieri, è stato esteso alle 11.30 di questa notte, secondo il sito internet dei talebani, alle 2.30 del mattino secondo la Afghan Islamic Press (AIP).

Attualmente in Afghanistan si trovano circa 200 coreani, dei quali 120 missionari. Ma i visti di ingresso con la Corea del sud sono stati al momento sospesi.

coreanirapiti

La foto dei 13 missionari è stata scattata alla partenza dall’aereoporto di Inchon, il 13 luglio scorso. E’ stata scaricata dalla SBS poco prima della sua cancellazione dal sito (o del sito) della Saemmul Community Church e ripresa dallo JoongAng Daily.

23 luglio
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23 missionari sudcoreani rapiti dai talebani

Ventitrè missionari sudcoreani sono stati rapiti dai talebani in Afghanistan lo scorso martedì. Si tratta di 18 donne e cinque uomini, di professioni medici o infermieri e tutti membri della Saemmul Community Church di Bundang, nella Gyeonggi Province, di confessione protestante e venuti a lavorare come volontari in un ospedale e un asilo gestiti dalla Corea del sud.

Al momento del rapimento il gruppo si trovava in autobus sulla strada che da Kandahar conduce a Kabul, presumibilmente in previsione della partenza. Dovevano infatti ritornare tutti a casa lunedì prossimo. Invece i loro autobus è stato trovato, vuoto, nella provincia di Ghazni.

Il governatore della regione Mirajuddin Pattan, si è lamentato del fatto che molti stranieri attraversano la provincia senza adeguate misure di sicurezza, diventando facile bersaglio per rapimenti da parte di vari movimenti armati. “Devono aver pensato di essere in Corea, non in uno stato in guerra. Non hanno infatti contattato nessuno, né noi, né la polizia e nemmeno le forze di sicurezza prima di mettersi in viaggio.”

Gli ostaggi sono in buona salute, ha fatto sapere il portavoce dei talebani Qari Yousaf Armadi. Anche se governo sudcoreano mantiene il riserbo sulle richieste dei rapitori, si tratterebbe di uno scambio alla pari tra i sudcoreani rapiti e un uguale numero di talebani prigionieri. Per gestire i negoziati con i talebani sabato scorso è arrivato in Afghanistan il Vice Ministro degli esteri Cho Jung-pyo. E sempre sabato, il presidente sudcoreano Roh Moo-hyun avrebbe avuto una conversazione telefonica di 10 minuti con il presidente afghano Hamid Karzai chiedendo collaborazione per la liberazione degli ostaggi.

L’ultimatum per lo scambio, scaduto ieri, è stato esteso alle 11.30 di questa notte, secondo il sito internet dei talebani, alle 2.30 del mattino secondo la Afghan Islamic Press (AIP).

Attualmente in Afghanistan si trovano circa 200 coreani, dei quali 120 missionari. Ma i visti di ingresso con la Corea del sud sono stati al momento sospesi.

coreanirapiti

La foto dei 13 missionari è stata scattata alla partenza dall’aereoporto di Inchon, il 13 luglio scorso. E’ stata scaricata dalla SBS poco prima della sua cancellazione dal sito (o del sito) della Saemmul Community Church e ripresa dallo JoongAng Daily.

18 luglio
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I sei a Pechino

Sono arrivati ieri a Pechino i delegati di Cina, Stati Uniti, Corea del sud, Corea del nord, Giappone e Russia, per continuare i dialoghi a sei nazioni che nel febbraio scorso avevano portato all’accordo sul nucleare della Corea del nord. I negoziati iniziano sotto buoni auspici. La Corea del nord ha infatti appena smantellato la centrale nucleare di Yongbyang, sotto l’occhio vigile di El Baradei e degli inviati dell’AIEA (International Atomic Energy Agency). In cambio riceverà le prime 50.000 tonnellate di combustibile, gentilmente pagate dalla Corea del sud. Ora i sei si incontrano per definire i prossimi passi da fare per disabilitare il resto del programma nucleare nordcoreano. Armi nucleari comprese, si spera, che però non erano state incluse nell’accordo di febbraio. Sarà un lavoro duro, anche perché Pyongyang nega di avere in atto un programma di arricchimento dell’uranio, mentre gli Stati Uniti sono convinti del contrario. "Penso che bisognerà guardare ad ogni passo come più difficile del precedente." ha affermato lunedì Christopher Hill, il capo delegazione USA, durante una visita a Seul, "E’ un po’ come un videogame: ogni livello è più difficile del precedente. Se (i nordcoreani) non hanno preso la decisione di andare avanti, se hanno dei dubbi, allora ogni cunetta potrebbe diventare una montagna".

18 luglio
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I sei a Pechino

Sono arrivati ieri a Pechino i delegati di Cina, Stati Uniti, Corea del sud, Corea del nord, Giappone e Russia, per continuare i dialoghi a sei nazioni che nel febbraio scorso avevano portato all’accordo sul nucleare della Corea del nord. I negoziati iniziano sotto buoni auspici. La Corea del nord ha infatti appena smantellato la centrale nucleare di Yongbyang, sotto l’occhio vigile di El Baradei e degli inviati dell’AIEA (International Atomic Energy Agency). In cambio riceverà le prime 50.000 tonnellate di combustibile, gentilmente pagate dalla Corea del sud. Ora i sei si incontrano per definire i prossimi passi da fare per disabilitare il resto del programma nucleare nordcoreano. Armi nucleari comprese, si spera, che però non erano state incluse nell’accordo di febbraio. Sarà un lavoro duro, anche perché Pyongyang nega di avere in atto un programma di arricchimento dell’uranio, mentre gli Stati Uniti sono convinti del contrario. "Penso che bisognerà guardare ad ogni passo come più difficile del precedente." ha affermato lunedì Christopher Hill, il capo delegazione USA, durante una visita a Seul, "E’ un po’ come un videogame: ogni livello è più difficile del precedente. Se (i nordcoreani) non hanno preso la decisione di andare avanti, se hanno dei dubbi, allora ogni cunetta potrebbe diventare una montagna".

11 luglio
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Ferro 3 La casa vuota

Settimana scorsa ho (finalmente!) visto Ferro 3 La casa vuota di Kim Ki-duk. Film bellissimo. Storia di un ragazzo che vive occupando le case altrui in assenza dei proprietari. Entra, mangia il loro cibo, dorme nel loro letto, lava la loro biancheria fa piccoli lavori di riparazione che forse nessuno aveva avuto tempo di fare. Finché non entra un giorno in un appartamento apparentemente vuoto, dove in realtà si trova, silenziosa e misteriosa quanto lui, una giovane donna matrattata dal marito. I due non si parlano – lui non dice una parola in tutto il film, lei solo qualcuna alla fine – ma si capiscono perfettamente. E infatti lei fugge dal marito per continuare insieme a lui la sua vita randagia. Dopo varie peripezie e alcune incurisioni casalinghe finite male, i due vengono arrestati dalla polizia, sospettati dell’omicidio di un vecchio, nella cui casa si erano introdotti. Lei deve tornare dal marito. Lui finisce in prigione. Lei lo aspetta. Lui impara a rendersi invisibile agli occhi altrui, ancora più di quanto già non lo fosse. Fino al lieto – lieto? – fine: lui esce dal carcere, si vendica di coloro che durante la durata del film gli avevano inflitto dei torti, e torna da lei. A casa del marito. Col marito che non si accorge della sua presenza. E col quale, probabilmente, vivranno per sempre felici e contenti.

Questa in poche e inadeguate parole la trama del film.

Quello di cui voglio parlare non è però la storia. Ma del modo in cui Kim Ki-duk ha dipinto la Corea del sud cogliendone la sua più profonda realtà con la scelta degli oggetti, che fanno da sfondo alla storia ma che sono la quotidianità delle persone che in Corea vivono.

I volantini dei ristoranti da asporto, in genere pizzerie o cinesi, economicissimi, che vengono distribuiti quotidianamente e incollati sulla porta delle case. E che lui usa per controllare se le persone sono in casa oppure no.

Le enormi fotografie formato quadro con l’effigie della bella famigliola felice – o del matrimonio, a seconda – che vengono esposte nei soggiorni di ogni casa coreana. Mamma, papà, bambino. Che una famigliola felice in realtà non lo sono affatto.

Il golf. Che ha invaso la vita dei coreani e per i quali è diventato una sorta di legittimazione sociale, un distintivo per indicare l’appartenenza alla classe borghese, agiata, alla quale ormai non manca nulla. Materialisticamente.

I palazzoni e le case tradizionali. Il nuovo e il vecchio. Ma se nei palazzoni la gente sembra felice ma non lo è, l’unica coppia felice del film è quella che vive nella bellissima casa tradizionale. Dove lei infatti torna per assaporarne di nuovo l’atmosfera e ricordare i momenti lieti lì vissuti con lui.

I lividi sul viso di lei. La violenza domestica sulle donne è un grosso problema in Corea del sud.

Le docce. Che non hanno uno spazio a sé ma fanno parte del bagno, senza tende divisorie o altro.

11 luglio
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Ferro 3 La casa vuota

Settimana scorsa ho (finalmente!) visto Ferro 3 La casa vuota di Kim Ki-duk. Film bellissimo. Storia di un ragazzo che vive occupando le case altrui in assenza dei proprietari. Entra, mangia il loro cibo, dorme nel loro letto, lava la loro biancheria fa piccoli lavori di riparazione che forse nessuno aveva avuto tempo di fare. Finché non entra un giorno in un appartamento apparentemente vuoto, dove in realtà si trova, silenziosa e misteriosa quanto lui, una giovane donna matrattata dal marito. I due non si parlano – lui non dice una parola in tutto il film, lei solo qualcuna alla fine – ma si capiscono perfettamente. E infatti lei fugge dal marito per continuare insieme a lui la sua vita randagia. Dopo varie peripezie e alcune incurisioni casalinghe finite male, i due vengono arrestati dalla polizia, sospettati dell’omicidio di un vecchio, nella cui casa si erano introdotti. Lei deve tornare dal marito. Lui finisce in prigione. Lei lo aspetta. Lui impara a rendersi invisibile agli occhi altrui, ancora più di quanto già non lo fosse. Fino al lieto – lieto? – fine: lui esce dal carcere, si vendica di coloro che durante la durata del film gli avevano inflitto dei torti, e torna da lei. A casa del marito. Col marito che non si accorge della sua presenza. E col quale, probabilmente, vivranno per sempre felici e contenti.

Questa in poche e inadeguate parole la trama del film.

Quello di cui voglio parlare non è però la storia. Ma del modo in cui Kim Ki-duk ha dipinto la Corea del sud cogliendone la sua più profonda realtà con la scelta degli oggetti, che fanno da sfondo alla storia ma che sono la quotidianità delle persone che in Corea vivono.

I volantini dei ristoranti da asporto, in genere pizzerie o cinesi, economicissimi, che vengono distribuiti quotidianamente e incollati sulla porta delle case. E che lui usa per controllare se le persone sono in casa oppure no.

Le enormi fotografie formato quadro con l’effigie della bella famigliola felice – o del matrimonio, a seconda – che vengono esposte nei soggiorni di ogni casa coreana. Mamma, papà, bambino. Che una famigliola felice in realtà non lo sono affatto.

Il golf. Che ha invaso la vita dei coreani e per i quali è diventato una sorta di legittimazione sociale, un distintivo per indicare l’appartenenza alla classe borghese, agiata, alla quale ormai non manca nulla. Materialisticamente.

I palazzoni e le case tradizionali. Il nuovo e il vecchio. Ma se nei palazzoni la gente sembra felice ma non lo è, l’unica coppia felice del film è quella che vive nella bellissima casa tradizionale. Dove lei infatti torna per assaporarne di nuovo l’atmosfera e ricordare i momenti lieti lì vissuti con lui.

I lividi sul viso di lei. La violenza domestica sulle donne è un grosso problema in Corea del sud.

Le docce. Che non hanno uno spazio a sé ma fanno parte del bagno, senza tende divisorie o altro.

 

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