Yŏngjo e Sado
Qualche post fa ho liquidato abbastanza sbrigativamente questo libro, Memorie di una principessa coreana del XVIII secolo (editore Obarrao), che in realtà meritava di meglio. La storia che racconta è infatti un incredibile momento di Storia coreana, ovvero “un sorprendente esempio del modo edipico e shakespeariano in cui in Corea la primogenitura influenza la politica e vice versa*”. E’ la storia di Re Yŏngjo e di suo figlio Sado.
Yŏngjo era il ventunesimo re della dinastia Chosŏn. Fra i sovrani Chosŏn, fu colui che governò più a lungo di tutti (1724-1776). Fu un buon re, ligio ai doveri e ben preparato sui testi classici cinesi, incarnando alla perfezione l’ideale di sovrano confuciano. Aveva un solo piccolo problema. Il figlio Sado. Il peggior principe della storia coreana.
Sado, primogenito e unico foglio di Yŏngjo, nacque nel 1735. Nei suoi primi anni di vita veniva spesso elogiato dal genitore come esempio di virtù, ma verso i tredici anni le cose cambiarono e Sado iniziò ad apparire pigro e svogliato agli occhi del genitore, che non perdeva occasione per sgridarlo. Apatico e inquieto, Sado iniziò ad avere paura del padre, e per evitare di incontrarlo e ritardare le udienze davanti al sovrano, prese ad allungare il più possibile il momento della scelta degli abiti, scelta che terminava immancabilmente con eccessi di rabbia in cui il principe buttava all’aria tutto il suo guardaroba. Era talmente spaventato da Yŏngjo che una volta, per sfuggire alle sue ire, si buttò dentro un pozzo.
Verso i 23 anni Sado divenne completamente pazzo. Il pensiero di vestirsi lo terrificava e distruggeva un abito dopo l’altro prima di trovare quello che poteva indossare. Si prese un’amante tra le dame di corte, benché la cosa fosse proibita dall’etichetta di palazzo, e, cosa ben più grave, iniziò a uccidere gli eunuchi di corte, dapprima picchiandoli a morte, quindi passando al più raffinato sistema della decapitazione. Cercò anche più volte di uccidere se stesso, ma senza successo. Impunito e non punibile, Sado teneva numerose orge a palazzo sollazzandosi con diverse kisaeng**. Iniziò ad ampliare la scelta delle sue vittime includendovi servitori di palazzo, medici di corte, sciamani e portatori di cattive notizie. E verso il 1970, forse stufo della vita di corte, prese a scendere in città travestito, uccidendo passanti a caso.
Nel 1972 fu la madre stessa di Sado a implorare il Re perché condannasse a morte il figlio. Ma Yŏngjo, incapace di vedere la malattia di Sado, continuava a pensare che i suoi eccessi fossero dovuti di mancanza di pietà filiale. Vinta dal dolore e dalla vergogna, la madre di Sado mori poco dopo di tumore, affermando tragicamente, forse perché madre di un tale figlio, forse presa dal rimorso di averne chiesto la morte: “Nemmeno l’erba crescerà più sulla mia tomba”.
Sado intanto aveva iniziato a dormire in un baule, che più che un letto sembrava una bara, per poi spostarsi in un buco del pavimento rivestito di tavole e sporco. Ogni tanto aveva anche dei momenti di lucidità nei quali, come se nulla fosse mai successo, si comportava da perfetto principe, recitando i classici cinesi e promettendo di fare del suo meglio. Fu in questo periodo che la moglie di Sado, la principessa Hong, da lui sposata all’età di dieci anni, annotò nei suoi diari*** che Sado non sembrava una persona, ma due. Era, chiaramente, schizofrenico.
Yŏngjo, che nel frattempo si era accorto che il figlio non era proprio adatto a diventare re, non sapeva più che fare. Condannare il principe per i suoi delitti e metterlo a morte non poteva, perché la macchia avrebbe disonorato per sempre il buon nome della dinastia. Ucciderlo nemmeno, perché sarebbe stato un crimine. La soluzione migliore sarebbe stato il suicidio, come suo padre lo esortava di tanto in tanto di fare, in quanto suo dovere verso la famiglia. Ma Sado, sebbene avesse tentato più volte di togliersi la vita, non vi era mai riuscito.
Così una mattina re Yongjo chiamò suo figlio e, accompagnato dalla guardia militare e dagli ufficiali di alto grado, lo accompagnò presso il padiglione di un tempio vicino al Palazzo, ove era uso contemplare la luna – la luna essendo il simbolo del figlio del re – . E gli disse: “Se io muoio, 300 anni di linea dinastica muoiono con me. Se muori tu, la dinastia sarà salva. Sarebbe meglio se tu morissi.” E sguainando la sua spada urlo più volte al figlio “Ucciditi! Ucciditi!”. Sado cercò allora di strangolarsi, ma fallì ancora una volta nel compimento del suo dovere.
Giunta la sera, il re fece portare una grande cassa di riso nel cortile di Palazzo e ordinò al figlio di entrarvi. Sado pianse e implorò il Re affinché lo risparmiasse, ma fu tutto vano. Era luglio e faceva caldo. Sado rimase sepolto nel riso, sotto il sole cocente, per 13 giorni e 13 notti, senza mangiare né bere, fino alla morte.
Al posto di Sado, alla morte di re Yŏngjo, salì al trono Chŏngjo, figlio dello stesso Sado e della principessa Hong.
*Il testo è una libera traduzione tratta da Bruce Cummings, Korea’s place in the sun A modern history, Norton ed. La citazione si trova a pag. 67.
**Le kisaeng sono cortigiane, molto simili alle geishe giapponesi.
*** Memorie di una principessa coreana del XVIII secolo, Obarrao editore.
