Venerdì17 novembre sbarcava all’aereoporto Inchon di seoul Kim Kyung-joon.
Kim Kyung-joon è un bell’uomo di 41 anni, tanto affascinante che potrebbe anche essere un attore. Invece è un uomo d’affari, un esperto di finanza internazionale. Arriva dagli Stati Uniti, da dove è stato appena estradato e dove si trovava in prigione per frode finanziaria e malversazione.
Appena messo piede sul suolo coreano Kim Kyung-joon è stato accompagnato al Seoul Central District Prosecutors’ Office – o, detto all’americana, Ufficio del Procuratore distrettuale -, e il giorno successivo è stato arrestato. A suo carico l’accusa di aver aver falsificato il valore delle azioni di una sua società, la Optional Venture Korea, e l’appropriazione indebita di 38,4 miliardi di won, stornati dalle casse della medesima azienda.
Un bel tipetto, insomma. Ma non un uno qualsiasi, perché nel 2001, mentre si divertiva allegramente con la finanza, Kim era anche socio in affari di Lee Myun-bak, l’ex sindaco di Seul ora candidato del Grand National Party alle prossime elezioni presidenziali e grande favorito.
Tutto inizia nel 2001, quando Kim Kyung-joon viene costretto dal Financial Supervisiory Service (Servizio di supervisione finanziaria) a chiudere una finanziaria da lui posseduta, la BBK, perché dal dicembre 2000 al novembre 2001 erano state riscontrate delle irregolarità nei rendiconti finanziari della società. Liquidata la BBK, Kim avrebbe quindi acquistato una nuova società quotata in borsa nel Kosdaq, la Gwangeun Investment, e dopo averne cambiato il nome in Optional Venture Korea, avrebbe dapprima falsificato il valore delle azioni e si sarebbe appropriato poi illegalmente di 38,4 miliardi di won della suddetta società.
Nel 2000 però, Kim Kyung-joon e Lee Myun-bak avevano aperto insieme una finanziaria, la LK-eBank. LK-eBank che, a sentire Kim Kyung-joon sarebbe in realtà la holding principale della sfortunata BBK. Perché, sostiene il bel Kim, il vero proprietario della BBK sarebbe stato non lui, ma Lee Myun-bak, che a questo punto difficilmente potrebbe dirsi estraneo alle truffaldine manovre messe in atto da Kim Kyung-joon sei anni fa.
Il tutto è molto complicato, e cade a fagiolo, proprio un paio di mesi prima delle elezioni presidenziali. Il GNP grida al complotto, presumibilmente messo in atto dall’attuale partito al governo, per screditare il loro candidato. Ma Kim Kyung-joon insiste, appoggiato da tutta la sua famiglia.
E infatti, per provare che quanto Kim dice corrisponde a verità, ecco che il 23 novembre arriva a Seul direttamente da Los Angeles niente meno che la sua mamma, portando con sé una borsa piena di carte che dovrebbero convincere i giudici del coinvolgimento di Lee Myun-bak nel fattaccio. Tra i documenti, un contratto in coreano di due pagine in cui Lee Myun-bak vende 610.000 azioni della BBK a Kim Kyung-joon, al prezzo di quasi 5 miliardi di won. Il contratto è datato 21 febbraio 2000 e riporta i timbri di Lee e Kim. Oltre a vari altri documenti in inglese che vedono il timbro di Lee Myun-bak protagonista, a conferma che era lui il reale controllore delle varie società sussidiarie della LK-eBank, comprese la già citata BBK e un’altra società, la eBank Securities.
Il GNP nega e anzi ribatte, affermando che in tutti i documenti citati manca in realtà la firma dello statista, mentre il timbro che tanto valore sembra avere era stato perso da Lee già nell’aprile 2000, e da allora sostituito con uno nuovo e diverso. Insomma, un bel pasticcio, che tiene occupate le prime pagine dei giornali da qualche settimana, tra accuse, controaccuse e veleni vari.
I documenti contestati si trovano ora in mano ai periti del National Institute of Scientific Investigation (Istituto Nazionale di Investigazione Scientifica), che devono attestarne l’autenticità o meno. Presumibilmente questo avverrà entro il 5 dicembre, data in cui scade l’arresto di garanzia per Kim Kyung-joon.
Alla data in cui siamo però, anche nel caso in cui l’esito dell’esame dei documenti inguaiasse Lee Myun-bak, il pubblico ministero non potrà comunque procedere legalmente contro il politico, dato che questi ha ormai già depositato la candidatura ufficiale per le elezioni presidenziali del 19 dicembre ed è, almeno fino a elezioni concluse, praticamente intoccabile. Resta, certo, il danno d’immagine. E la possibilità che il sospetto di colpevolezza in queste non chiare manovre finanziarie possa far perdere voti a Lee Myun-bak. E magari anche la presidenza. Ma potrebbe anche non essere così. In fondo, chi meglio di noi italiani può comprendere un elettore coreano che decida di dare comunque il voto al suo politico favorito, anche se meriterebbe, forse e invece, di essere inquisito?
Ma la telenovela continua, e saranno i prossimi giorni a dirci cosa succederà. Stiamo a vedere.